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Romanzi, poesie e puzza di gasolio

Il regno di Pietra

(Il regno di polvere e il re di pietra ,) l’incedere e il risveglio

Il limite del confine è lì
Davanti a me
Sul ciglio del dirupo
Scricchiolano le pietre sotto
I nudi piedi
E saldo, restando su me stesso
Osservo il mondo
Caotico che rotola nella polvere
La mano stringe,
La verga si pianta nel terreno
Incedevole il passo
Comincio la discesa.
Sto arrivando a fare quello
Per cui sono nato
Occupare il mio posto
E prendere atto che il resto
È solo polvere e carne morta.
Io sono colui che porterà
La luce e le tenebre
Ai giusti ed ai malvagi
Farò da giudice e salvatore
Mentre la terra vibra
sotto calpestata
Si alza la polvere
Al mio incedere
il mio cammino è noto
io sono colui che porta
la libertà,
non provate a fermarm
i.

Nel cuore della strada Cap.1 - estratto -

Toccata e fuga


La sera è umida, oggi ha piovuto finalmente, mi guardo intorno, vedo le luci della città, il rosso del sole si scioglie col nero della notte che si avvicina.
Resto in piedi assaporando il gusto del profumo del fieno appena tagliato.
Due lunghe file di balloni di paglia proiettano le loro ombre sul campo di grano, in macchina la radio è ancora accesa, Willy ci tiene compagnia.

Mentre i pensieri affollano la mia mente Vik mi chiama: «Jey, vieni che ci striniamo un po’».
Lentamente mi giro e sorrido con lo sguardo di chi vuol farti capire che era proprio il momento giusto.
Ci sediamo sul prato con la faccia rivolta verso l’ultimo raggio di sole e ci accendiamo una canna.
Passano pochi attimi lunghi un’eternità e il momento è sempre quello.
Il tempo è come se si fosse fermato all’improvviso, come se dall’ultima volta che abbiamo fumato si fosse congelato.
Passano gli attimi, i minuti, le labbra si seccano, gli occhi si socchiudono. Guardo Vik e comincio a ridere, i muscoli della faccia si contraggono in un risolino sardonico.
«Sono già fuso», gli biascico in un orecchio appoggiando la mano sulla sua spalla.
Vik si volta, gli occhi semichiusi, quasi incollati.
«C’è l’hai con me?!».
Capisco al volo com’è la situazione, mi rimetto in piedi, anche se è così faticoso alzarsi da strinato.
Alzo lo sguardo e con gli occhi osservo il cielo, le luci delle stelle coronano la valle, il canto degli uccelli notturni ci fa capire com’è bello il mondo, poi giro su me stesso come una trottola e gli occhi si fissano sulla città.
«Com’è difficile vivere», gli dico.
Vik mi guarda ridendo.
«Bisognerebbe vivere due volte, una per commettere gli errori e una seconda per rifarli».
«Monta in macchina pagliaccio, è ora di andare».
La chiave gira lenta, il motore sembra cantare, tiro su la cappotta e a fari spenti comincio ad accelerare.
Prima, seconda, terza, la strada percorsa per arrivare fino a qui si riempie di polvere umida, le pietre rimbalzano sulla carrozzeria e il ritmo della tromba di Willy ci fa sentire gasati.
Ci guardiamo negli occhi e cominciamo a cantare. Qualche minuto di sterrato e siamo sulla statale, accendo i fari, scalo in seconda e brucio lo stop.
La strada è diritta davanti a noi, non resta che buttare la quarta e tenere schiacciato il pedale per un bel po’; almeno fino a che non finisce la benzina.
Viaggiamo per qualche ora; Vik ravana con le zampe nel cassetto del cruscotto, continua a guardare sempre le stesse cassette; forse spera che cambino col passare del tempo.
Mentre guido mi stappo l’ultima birra e comincio a pensare, a ricordare, a fantasticare; mi succede sempre quando sono fuso.
Tiro giù la cappotta. L’aria è così fresca, la sento dolce e morbida sul viso, come una carezza.
La strada buia illuminata dai fari dell’auto sembra comparire dal nulla per poi ritornarci senza lasciare nessuna traccia di sé.
È così profumata l’aria.....